Le COP sul clima si dividono in due categorie: quelle che danno origine a un nuovo corso di azioni - idealmente a una nuova traiettoria delle emissioni, o anche a nuove regole del gioco - e quelle che limano aspetti operativi dell’accordo, di maggiore o di minore importanza. Esempi della prima categoria sono Kyoto 1997 e Parigi 2015, forse anche Marrakech 2001, e in negativo Copenaghen 2009. Nel secondo insieme rientrano tutte le altre, e quindi anche la COP 23 da poco conclusa.

Per il meccanismo intrinseco delle COP, i goal si segnano una volta ogni 10 anni: a Kyoto o a Parigi, appunto. Oppure li si subiscono, magari in contropiede, come accadde a Copenaghen. Proseguendo nella metafora calcistica, si potrebbe assimilare il negoziato internazionale sul clima a un’estenuante partita di calcio nella quale le squadre sono bloccate a centrocampo per lunghi periodi e le reti rimangono inviolate. Al di là del fragore che ogni anno - tra novembre e dicembre - i media di tutto il mondo riversano nell’etere e nella rete, la maggior parte delle conferenze sul clima non ha un impatto decisivo sul destino del pianeta, ma assolve a compiti di costruzione e affinamento delle regole del gioco, cioè delle procedure, che gettano le basi per ulteriori azioni future. Ogni COP, in un certo senso, è base di partenza e testa di ponte per quella che segue.

La COP 23 non sfugge a questa logica: può essere definita una conferenza procedurale che avrebbe dovuto gettare le basi per la COP 24 che si terrà in Polonia, a Katowice, nel 2018. Infatti, il punto di maggiore importanza della conferenza di Bonn era la preparazione del cosiddetto Facilitative Dialogue che nel 2018 dovrà fare un primo bilancio (stocktake) delle azioni intraprese dai paesi in direzione dei target volontari che hanno dichiarato a Parigi (NDC, Nationally Determined Contributions). La questione è come monitorare e verificare le emissioni dei paesi: la COP 23 avrebbe dovuto cominciare a scrivere il “rule book” nel quale le regole del gioco vengono definite. Ma non lo ha fatto. Piuttosto ha rimandato le decisioni sul tema al 2018 e, dopo lungo dibattito tra paesi ricchi ed emergenti, ha deciso che anche le azioni realizzate prima del 2020 saranno valutate nel 2018 e nel 2019. Inoltre, ha deciso che l’Adaptation Fund previsto dal Protocollo di Kyoto entri a far parte dell’Accordo di Parigi, come richiesto dai paesi in via di sviluppo, mentre la compensazione dei danni derivanti dagli eventi estremi non saranno formalmente inclusi nell’accordo, come desiderato dai paesi industrializzati. Questi i pochi punti cruciali emersi a Bonn.

Poiché tali aspetti rappresentano un miglioramento trascurabile nel cammino verso il taglio delle emissioni, la COP 23 induce una serie di riflessioni critiche. La prima: superata a Parigi la barriera della divisione tra i Paesi, il negoziato sul clima si trova davanti il K2 delle procedure, o forse della burocrazia, o forse della collegialità: o forse, ancora, la miscela micidiale delle tre cose combinate insieme. Era successo dopo Kyoto con gli unfinished business, il cui chiarimento durerà fino alla COP 7 di Marrakech (4 anni), e sembra risuccedere oggi. Sono state spese due settimane di negoziato – per non parlare dei lavori preparatori – per discutere di aspetti quali la necessità, o meno, della verifica delle politiche climatiche messe in atto dai paesi prima del 2020 e l’inclusione, o meno, dell’Adaptation Fund nell’Accordo di Parigi. Certo, questioni importanti, ma la cui discussione genera un’entropia che allontana il negoziato dal suo target principale, cioè la riduzione delle emissioni: è su questo punto che tutte le energie dovrebbero essere concentrate. E infatti, la COP di Bonn – come detto – avrebbe dovuto cominciare a scrivere le regole del gioco, ovvero i criteri di misurazione e verifica delle emissioni. Invece, ha dimostrato la sua fedeltà al meccanismo classico – endemico, si potrebbe dire – del negoziato sul clima: trasferire sulle COP successive il peso di decisioni che non si è in grado di prendere. Pertanto, ritorna la domanda di sempre: davvero non esiste un meccanismo diverso e più efficiente? Davvero non è concepibile un congegno più snello che porti a risultati tangibili in tempi accelerati? Davvero certi dettagli operativi devono essere parte del negoziato? Non avrebbe senso, ad esempio, affidare la scrittura delle regole del gioco a un organismo operativo – una sorta di Agenzia, espressione dei paesi – che lavori stabilmente sull’operatività dell’Accordo? Certo, le questioni tecniche hanno un risvolto economico: ma che cosa non ce l’ha? Il negoziato sul clima non deve decidere sui coefficienti di emissioni, ma sulle grandi questioni, quali ad esempio i target di abbattimento del carbonio oppure l’entità del finanziamento a favore dell’adaptation. È tempo che la UNFCCC riformi se stessa, andando in direzione della semplicità della propria governance. Non farlo significa dilapidare un capitale di tempo che diventa sempre più scarso. La COP 21 ci ha insegnato che i meccanismi incidono sul negoziato, e che il design della macchina può essere più importante del motore: l’inversione dell’approccio da top-down a bottom up – i target non discendono dall’alto ma sono dichiarati dai paesi prima della conferenza, e non durante la stessa conferenza – ha prodotto un accordo che, pur con i suoi limiti, può essere considerato evento storico. Più del defilarsi degli USA dall’accordo e dell’assenza di leader politici di grosso calibro – solo Macron e Merkel si sono visti a Bonn – è la governance il vero problema del negoziato sul clima.

Un’altra considerazione, che nell’epoca della rete e delle connessioni pervasive non si può non fare, è la seguente: si fa fatica a credere che non esista un meccanismo alternativo che, ad esempio, sfrutti tutte le potenzialità del digitale. Così come dopo Gutenberg non aveva più senso copiare i libri a mano, oggi non sembra averlo il protrarsi della trattativa in orario notturno, con incontri stremanti tra i delegati assonnati, alla ricerca di un testo che faccia quadrare il cerchio e sintetizzi le istanze di tutti i paesi. E poi, in ultimo e al meglio, ciò che si produce è sempre e solo un testo, cioè parole la cui trasformazione in azione non è affatto certa.  E invece il meccanismo rimane antico e le stesse risoluzioni della UNFCCC - con l’interminabile sequela di recognizing, enfasazing, noting e recalling - conservano un sapore d’altri tempi. È significativo il fatto che il comunicato stampa che la UNFCC ha pubblicato a valle della conferenza citi, quale esito positivo dei talks, azioni quali: il contributo di 50 milioni (mil.) di dollari che la Germania dà all’Adaptation Fund; i 400 mil. che Norvegia e Unilever danno per favorire uno sviluppo economico più resiliente; i 75 mil. della Banca Europea degli Investimenti a favore della Water Authority delle isole Fiji; la Global Alliance tra una ventina di paesi, alcuni dei quali del G7 (Canada, Francia, Italia, UK), per il phase-out dal carbone, e una serie di azioni analoghe. Decisioni certo positive, che tuttavia non sono affatto l’esito del negoziato dei paesi sul clima, piuttosto il risultato di scelte fatte da operatori privati o pubblici, o anche da Stati, comunque all’esterno del negoziato. Ed è pressoché certo che se il tema del phase-out del carbone fosse stato portato all’interno del negoziato, l’istanza non sarebbe uscita viva dall’aula. Meglio, dunque, la decisione di pochi paesi, che l’indecisione della collegialità. Infatti, quando si va a leggere il documento ufficiale della UNFCCC che illustra la risoluzione della conferenza, ci si trova davanti a ben poco: la conferma di azioni già decise (i 100 miliardi annui di finanziamento a favore dei paesi poveri entro il 2020) oppure il rimando al futuro. Questa volta, spinti dall’accorato appello delle isole Fiji – che presiedevano la conferenza – i delegati hanno scritto, nero su bianco, che la COP 23 lancia, a partire dal gennaio 2018, il dialogo di Talanoa, un termine delle isole Fiji che significa trasparenza, inclusione, sincerità. Certo, parlare con il cuore - è questo un altro significato della parola Talanoa - è azione assai apprezzabile. Tuttavia, si rimane sconcertati quando si legge, nella risoluzione della COP, che il dialogo sarà strutturato intorno a tre argomenti principali: dove siamo, dove vogliamo andare, come ci andiamo. Pensavamo di sapere, all’alba del 2018, che siamo su una traiettoria di emissioni che, se non corretta, nel 2040 sarà distante circa 17 miliardi di tonnellate di CO2 da quella sulla quale dovremmo essere. E sappiamo anche cosa occorre fare per spostarsi su quella traiettoria, e che quello che abbiamo deciso a Parigi non è sufficiente, e che i paesi devono fare di più. E conosciamo anche l’entità di quel di più e gli strumenti - carbon tax o tradable permits, per citarne due – da utilizzare per centrare il target dei 2°C. Ma la COP, con una straordinaria piroetta che eleva a potenza una generalità di linguaggio da sempre sovrabbondante, trasforma l’aula di Bonn in una piazza Duomo partenopea e torna a chiedersi cosa occorra fare “per andare dove dobbiamo andare”. Purtroppo, non c’è un vigile che la inviti a cambiare aria. Certo, il riferimento alla commedia all’italiana è iperbolico. Non si vuole mancare di rispetto ai delegati che hanno lavorato duro alla decisione finale della UNFCCC. Questa prestigiosa istituzione deve verificare, paese per paese, politiche, emissioni e scostamenti rispetto ai target che gli stessi hanno dichiarato a Parigi. In questo senso, capire cosa i paesi abbiano fatto – dove siamo – è importante. Tuttavia, questa verifica fa parte dell’operatività e non è sensato demandarla, nei suoi aspetti tecnici, allo scambio dialettico di un’Assemblea di quasi duecento paesi.

Il magro risultato di Bonn induce anche ad una riflessione di natura più politica: viene da chiedersi se davvero a Parigi fosse stata abbattuta la barriera della divisione tra i Paesi. Davvero quell’accordo, al quale hanno aderito 195 paesi, ha segnato l’inizio di una nuova collaborazione tra i popoli? Purtroppo, il documento conclusivo della conferenza di Bonn suscita parecchie perplessità. E l’andamento stesso della conferenza – con la discussione accesa tra paesi ricchi ed emergenti circa la necessità, negata dai primi ma sostenuta dai secondi, di fare un bilancio delle azioni intraprese prima del 2020 - ha dato l’impressione che le lancette della storia siano tornate indietro di 20 anni. Tutto sembra testimoniare una divergenza di prospettive e di interessi che sembrava superata. Energie che dovrebbero essere convogliate in modo unitario verso rapide azioni di policy sono state invece drenate da una dialettica tra il Nord e il Sud del mondo, per usare il lessico in auge, appunto, due, tre decadi fa.

L’ultima considerazione concerne l’incrocio tra la conferenza sul clima e gli scenari dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE). Per ironia della sorte, questi due appuntamenti avvengono nello stesso periodo dell’anno. L’AIE getta luce su ciò che è, le conferenze sul clima su ciò che dovrebbe essere: l’una è nella sfera del positivo, l’altra in quella normativa: l’una dice stiamo andando là, l’altra replica dovremmo andare qua. A distanza di pochi giorni, da ormai parecchi anni, va in onda nell’etere planetario la dissonanza umana tra l’ideale e la realtà: il là che è distante dal qua, l’essere che nega il dover essere. Forse le due prospettive non sono più ortogonali come lo erano qualche anno fa, ma è certo che la distanza rimane considerevole. Mentre, da un lato, lo scenario implicito nell’accordo di Parigi richiederebbe un taglio vigoroso delle emissioni, la messa al bando del carbone, la penetrazione vigorosa delle rinnovabili e incrementi considerevoli dell’efficienza, l’Agenzia di Parigi ci dice che invece, pur tenendo conto dell’adozione di politiche di efficienza energetica e di decarbonizzazione del mix (New Policies Scenario, NPS), le emissioni aumenteranno. Il Sustainable Devolopment Scenario - che incorpora tanto il traguardo dei 2°C quanto quello dell’accesso all’energia per il mondo povero - dista oltre 17 miliardi di tonnellate di CO2 dall’NPS. Certo, l’AIE si sforza di sciorinare le “magnifiche sorti e progressive” del nuovo futuro elettrico verde: nel 2040 l’elettricità rappresenterà il 40% della crescita della domanda finale di energia, la Cina e l’India aggiungeranno al proprio sistema elettrico infrastrutture pari, rispettivamente, all’odierno sistema elettrico degli Stati Uniti e dell’Europa, le rinnovabili costituiranno il 40% dell’incremento della domanda primaria e cattureranno i 2/3 degli investimenti totali delle centrali elettriche. Le auto elettriche, infine, passeranno dagli attuali 2 milioni a 280 milioni. Lo spostamento nel mix sarà considerevole, in particolare con le rinnovabili che andranno a spiazzare il carbone, mentre petrolio e, soprattutto gas naturale, giocheranno ancora un ruolo importante. Tuttavia, nonostante tale profonda trasformazione, resta il dato terrificante che nel 2040 le emissioni generate dal futuro sistema energetico mondiale saranno circa il doppio di quelle necessarie a raggiungere i 2°C (35,7 vs 18,3 mld CO2!). E si noti: il confronto è fatto non con lo scenario alto (Current Policies), ma con quello intermedio (NPS). La AIE si sbaglia? Purtroppo, il combinato disposto del prestigio dell’istituzione e di scenari simili prodotti da altre istituzioni, induce a escluderlo.

Chiudiamo questo articolo con un ultimo dato, purtroppo non positivo. Come scriveva il poeta, “tra l’idea e la realtà … cade l’ombra”: cioè, nel nostro caso, salgono le emissioni. Infatti, nel novembre 2017 non solo abbiamo appreso che la distanza tra scenario COP e scenario AIE - idea e realtà, appunto -  è esorbitante. Purtroppo, mentre la COP era in corso, è pervenuto anche il dato che stima le emissioni di anidride carbonica del 2017: secondo il rapporto Global Carbon Budget 2017, esse sono in crescita del 2% circa. E si noti, crescono a causa del cambiamento climatico che rende secca l’estate in Cina, riducendo l’apporto dell’idroelettrico e aumentando quello del carbone. Dunque, il cambiamento climatico diventa causa di se stesso. Dunque, ci eravamo sbagliati: l’ottimismo originato dal triennio di stabilità delle emissioni 2014-2016 è stato smentito dal nuovo dato. Ciò significa che non solo non eravamo di fronte al picco delle emissioni, ma che la stessa stabilizzazione durata un triennio non era - a questo punto si può dire – un benefico effetto dell’accordo di Parigi. Torniamo ad interrogarci sul futuro del nostro clima, vieppiù in un anno nel quale eventi estremi furibondi hanno martoriato il pianeta. Parigi non è stata una svolta: questo dicono i dati: perlomeno fino ad oggi. C’è ancora molto da fare: con meno parole e più operatività, meno complessità procedurale e più semplicità. Non è più il tempo dei progettisti e degli architetti: lo scheletro dell’edificio esiste già: è il momento dei muratori e degli idraulici, dei piastrellisti e dei falegnami.

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