Il peso del riscaldamento domestico nel bilancio delle emissioni inquinanti è ormai ben noto e generalmente accettato. Le ragioni sono da ricercarsi nella sua capillare diffusione, che si estende dalla grande città al piccolo paese di montagna; emerge spesso che proprio nelle aree lontane da insediamenti industriali o dagli effetti del traffico i livelli di inquinamento dell’aria siano tutt’altro che trascurabili.

D’altro canto, non tutti i combustibili impiegati inquinano allo stesso modo: i dati ISTAT (2014) ci dicono che più del 70% delle famiglie italiane usa il metano per riscaldarsi ma il contributo preponderante alle emissioni, in special modo di PM10, è da attribuirsi all’utilizzo domestico delle biomasse (stufe e caminetti che impiegano legna da ardere e pellet). Queste considerazioni si basano sui dati di emissione noti per gli apparecchi nuovi, così come usciti dalla fabbrica e correttamente installati. Nell’utilizzo reale, tuttavia, queste prestazioni variano nel tempo come per qualunque altra macchina.

In particolare, gli apparecchi domestici a biomassa ed i relativi impianti fumari sono intrinsecamente più soggetti di altri a fenomeni di sporcamento e deterioramento che influiscono direttamente sulle prestazioni degli apparecchi medesimi. Ciò è direttamente legato alla natura del combustibile e del processo di combustione. È in primo luogo la presenza di un residuo solido del processo di combustione a distinguere la biomassa dagli altri combustibili per uso civile: si tratta di cenere che si accumula necessariamente all’interno dell’impianto durante il suo normale funzionamento. Per questa ragione, gli impianti più grandi sono progettati in modo tale che le ceneri possano essere rimosse meccanicamente; per quelli più piccoli, tuttavia, si richiedono interventi quotidiani di rimozione da parte dell’utilizzatore e periodici da parte di personale specializzato.

Di fatto, però, il deposito di questi residui si ha in tutte le parti dell’impianto che vengono in contatto con i prodotti della combustione e la cui pulizia può essere condotta solo in parte dall’utilizzatore. Una pulizia completa necessita infatti che vengano smontate parti degli apparecchi e sezioni delle canne fumarie al fine di rimuovere lo strato di sporco che si accumula sulle superfici degli scambiatori e dei condotti. Una cattiva combustione, che produce quantità maggiori di composti organici volatili che tendono a condensare sulle superfici relativamente fredde, produce depositi appiccicosi più difficili da rimuovere.

Varie regolamentazioni a livello nazionale o regionale definiscono la modalità e la periodicità degli interventi di manutenzione e di verifica degli impianti termici, in funzione della potenza installata e della tipologia di combustibile. In pratica, ciò che emerge come conseguenza sia dell’applicazione sia della disapplicazione delle normative vigenti, è un quadro d’insieme nel quale gli impianti a gas, GPL e gasolio risultano censiti e sottoposti a manutenzioni e controlli in misura ben maggiore rispetto agli apparecchi domestici a biomassa. Ciò è in parte conseguenza della minor potenza media delle stufe e dei caminetti, che consentono a queste categorie di impianti di non ricadere nel campo di applicazione delle normative cogenti; tuttavia va anche detto che le modalità di acquisto e installazione degli apparecchi a biomassa, che non richiedono competenze eccessivamente specialistiche e che operano in assenza di contratti di allacciamento e fornitura del combustibile, ne rendono più agevole la mancata registrazione e quindi la potenziale omissione dei relativi controlli.

Proprio per quantificare l’importanza che hanno questi interventi di manutenzione, abbiamo recentemente condotto uno studio sperimentale sull’invecchiamento delle stufe a pellet, andando a misurare le emissioni prodotte durante due stagioni termiche. Questo studio, pur avendo preso in considerazione anche apparecchi a biomassa di gamma medio/alta, conferma il forte contributo della biomassa solida alle emissioni inquinanti del settore domestico, in special modo per quanto riguarda il particolato ed il Benzo(a)Pirene, uno degli inquinanti pericolosi fra quelli caratteristici della combustione delle biomasse. L’effetto dell’invecchiamento degli apparecchi è messo in evidenza nelle figure riportate per il particolato e il Benzo(a)Pirene, per due diverse categorie di apparecchi (3 e 4 stelle nella classificazione adottata dalla Regione Lombardia per identificare gli apparecchi in funzione della loro prestazioni)

Variazione delle emissioni di PM per tipologia di combustibile (pellet di classe A1 e classe A2) e per classificazione degli apparecchi (4 stelle e 3 stelle) così come emerso dalle prove di laboratorio condotte su due coppie di apparecchi identici alimentati con le due diverse tipologie di pellet

Fonte: Innovhub-Stazioni Sperimentali per l’Industria

Variazione delle emissioni di B(a)P per tipologia di combustibile (pellet di classe A1 e classe A2) e per classificazione degli apparecchi (4 stelle e 3 stelle) così come emerso dalle prove di laboratorio condotte su due coppie di apparecchi identici alimentati con le due diverse tipologie di pellet

Fonte: Innovhub-Stazioni Sperimentali per l’Industria

Dallo studio emerge la fondamentale importanza di eseguire una corretta e completa manutenzione, al fine di ripristinare le condizioni di regolare funzionamento degli apparecchi, indipendentemente dalla qualità del combustibile utilizzato e dal livello tecnologico delle stufe. Infatti, l’insorgere di fenomeni di instabilità e degenerazione delle prestazioni può presentarsi anche con apparecchi di alta gamma alimentati con pellet di buona qualità. Tutti aspetti di cui l’utilizzatore deve prendere piena consapevolezza.