Dalle Alpi a Roma. La protagonista degli ultimi mesi è stata senza dubbio l’acqua, o meglio la sua carenza. La mancanza idrica è diventata da questa estate un problema nazionale non più confinato alle sole regioni che ne sono storicamente afflitte quali Puglia, Basilicata, Sardegna e Sicilia, dove in realtà quest’anno, pur nelle stesse condizioni climatiche del resto d’Italia, le conseguenze della siccità si sono manifestate sino ad adesso nel solo comparto agricolo e in misura ancora limitata. E’ tuttavia interessante analizzare con maggiore dettaglio la situazione attuale siciliana, anche perché per la sua numerosa popolazione e la ricorrenza di periodi siccitosi rappresenta un caso emblematico del perché, pure in presenza di acclarati fenomeni climatici, le politiche di contrasto alla carenza idrica si sono dimostrate parziali e non risolutive.

Prima di capire cosa non ha funzionato in Sicilia forse non è inutile evidenziare che spesso la parola siccità viene intesa come sinonimo di mancanza d’acqua, senza distinguere il fenomeno idrologico dai suoi effetti sul servizio, che, pur conseguenza del fenomeno climatico, sono fortemente influenzati da altri fattori tecnici e sociali.

Riprendendo parzialmente la classificazione del recente articolo di Francesco Grillo sul Corriere della Sera, ad un generalizzato squilibrio fra risorsa idrica disponibile e domanda aggregata possono concorrere cause diverse raggruppabili in cinque categorie: demografiche e socio-economiche, climatiche, tecnologiche, organizzative e comportamentali degli utenti.

Alla prima categoria è ascrivibile l’incremento di domanda dovuto all’aumento della popolazione o alla sua concentrazione in aree ristrette quali quelle urbane, lo sviluppo di agricoltura irrigua, l’impianto di nuove industrie idroesigenti. Alla seconda appartiene invece il complesso dei fenomeni fisici che va sotto il nome di cambiamento climatico, che si manifesta con variazioni sia nella media delle precipitazioni e conseguentemente nei deflussi, che nella loro distribuzione spaziale e temporale. Fra le tecnologie possiamo annoverare la realizzazione di infrastrutture per la captazione, l’immagazzinamento, il trasferimento e la distribuzione idrica che certo dipendono dalla relativa sostenibilità economica. Con la categoria organizzazione si intende la capacità gestionale dei soggetti incaricati del servizio per i diversi usi concorrenti, che è logicamente connessa alla efficienza del servizio e alla padronanza delle tecnologie. Infine, nella categoria comportamentale vanno incluse le abitudini al risparmio idrico da parte degli utenti, che possono essere strutturali o contingenti, cioè legate al verificarsi di emergenze che richiedono una maggiore attenzione al consumo.

Ma quali fra queste cause concorrono alle situazioni di carenza idrica che ricorrentemente si verificano in Sicilia? Cominciamo con sgombrare il campo da quelle che certamente non influiscono, e cioè le demografiche e socio-economiche. Infatti l’andamento demografico in Sicilia è stabile o addirittura in lieve diminuzione. Analogamente, non è prevedibile un aumento di domanda idrica conseguente a nuovi insediamenti industriali e alla estensione di aree attrezzate irrigue. Anche la componente comportamentale non è significativa poiché il consumo medio per uso civile (150-160 l/ab*g) è difficilmente comprimibile nel breve periodo. Anche le possibilità di risparmio che esistono nel settore irriguo richiedono un impegno economico non marginale da parte degli agricoltori, che può essere attivato in tempi brevi solo con politiche di agevolazioni finanziarie da parte dello stato e/o regioni.

Un impatto maggiore può invece avere specialmente nel futuro il cambiamento climatico che sembra incidere sulla distribuzione delle precipitazioni, accentuando i fenomeni estremi, con conseguente più accentuata diminuzione dei deflussi e più prolungati periodi siccitosi. Ci si deve quindi chiedere se in Sicilia sono state approntate per tempo le misure tecniche e organizzative di adattamento e di compensazione degli effetti negativi sul servizio. La risposta come spesso accade in questi casi tende al negativo.

Se analizziamo la situazione infrastrutturale, riscontriamo che il grande patrimonio delle dighe costruito dalla Cassa per il Mezzogiorno e gestito in gran parte alla Regione direttamente o tramite i Consorzi di Bonifica (CdB), è in condizioni di manutenzione molto insoddisfacenti, come dimostra il recente Piano Dighe del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (MIT) che assegna alla Sicilia circa 100 milioni di euro integrati da altri 50 previsti nel Patto per la Sicilia. Se le dighe non possono essere collaudate o se devono essere imposti limiti alla capacità di invaso dal Servizio Dighe del MIT per motivi di sicurezza, viene logicamente meno la funzione di compenso e di immagazzinamento della risorsa negli anni maggiormente piovosi per far fronte ai periodi siccitosi.

Nel segmento dell’approvvigionamento primario va di contro evidenziata l’esperienza positiva di Siciliacque, che ha realizzato tre importanti sistemi di adduzione, consentendo la chiusura degli obsoleti impianti di dissalazione di Gela, Porto Empedocle e Trapani con risparmi per la casse regionali di alcune decine di milioni di euro per anno. Molto deficitario è invece il funzionamento delle reti di distribuzione interne, con livelli di perdite che mediamente sono intorno al 45-50%, oggettivamente non tollerabili, e con non pochi centri dove ancora persistono situazioni di distribuzione turnata anche in condizioni non emergenziali. Il rimedio a questa situazione non è comunque un generalizzato rifacimento delle reti idriche, ma piuttosto l’introduzione di tecniche di controllo dell’efficienza delle reti, di campagne di riduzione delle perdite e di sostituzione mirata delle tubazioni. Le reti idriche non si cambiano, ma si mantengono, e per farlo ci vogliono gestori capaci e propensi ad investire in tecnologia e innovazione, non solamente a mantenere il loro stato di monopolisti. A tal proposito è significativo che non esistano piani per affrontare le situazioni di emergenza, nonostante questo strumento sia previsto dalla legislazione vigente e dalle convenzioni di servizio. L’emergenza di approvvigionamento che qualche mese fa ha riguardato la città di Messina ne è un esempio lampante.

Ma la carenza di investimenti è ancora più eclatante nel comparto fognario-depurativo, dove gli agglomerati già oggetto di condanna da parte della Corte di Giustizia Europea o prossimi a tale stato in quanto in procedura di infrazione sono circa 250. In altre parole si fa prima ad elencare gli agglomerati in regola. Una situazione che riguarda tutta Italia ed in particolare alcune regioni del Mezzogiorno. Eppure disporre di sistemi fognari-depurativi efficienti, oltre al grande beneficio ambientale, consentirebbe l’incremento dell’uso delle acque reflue per l’agricoltura, con conseguente stabilizzazione dell’approvvigionamento per questo comparto e riduzione degli effetti negativi dei periodi siccitosi. Le ingenti risorse finanziarie a fondo perduto (oltre 1100 milioni di euro) sono disponibili da molto tempo, ma per attivarle è stato necessario nominare recentemente un Commissario Straordinario Nazionale.

A questo punto è abbastanza evidente che quando si registra una carenza idrica in Sicilia le responsabilità primarie non possono essere attribuite solamente al clima impazzito ma vanno ricercate prioritariamente in una carenza organizzativa sia a livello istituzionale regionale e comunale e nella capacità gestionale di molti dei soggetti pubblici e privati che operano nel settore. In una regione che ancora non ha istituito l’Autorità di Distretto e che dopo 17 anni non è riuscita a fare partire in 6 Ambiti Territoriali Ottimali (ATO) su 9 l’organizzazione del servizio in conformità alla legislazione nazionale, con le conseguenze sul servizio sopra descritte, l’occupazione principale della passata legislatura è stata quella di emanare una legge difforme dalla normativa nazionale che è stata recentemente dichiarata incostituzionale dalla Corte Costituzionale. In questo contesto anche i pochi gestori con potenziali capacità industriali manifestano scarsa propensione agli investimenti per migliorare la gestione e per il rinnovo delle infrastrutture.

Ma allora che succede se l’attuale siccità si protrae nel tempo, cioè non si registrano significative piogge nel periodo autunnale? Il quadro non appare positivo. Se il ciclo idrologico autunnale sarà favorevole, questa lunga siccità passerà senza significative conseguenze lasciando inalterati tutti i problemi istituzionali, organizzativi e tecnici. E se invece non pioverà? Allora saranno guai seri a cominciare da dicembre sia nel palermitano che nella Sicilia centro-meridionale. Non ci sono soluzioni approntabili nel breve tempo che abbiano un effetto duraturo, e probabilmente la maggior parte dei disagi si scaricheranno sugli utenti, con ritorno o incremento dell’erogazione turnata per uso civile e fortissime riduzioni di disponibilità idriche per l’agricoltura se si verificasse un secondo anno siccitoso come già accaduto all’inizio degli anni ‘90.

Sarebbe bello che la prossima stagione idrologica fosse favorevole. Sarebbe bello che la stagione delle riforme e degli investimenti cominciasse a prescindere dalle condizioni di emergenza. Ma forse è chiedere troppo. L’autore di questo articolo l’ha auspicato per circa 40 anni. Ed oggi il pessimismo della ragione comincia a prevalere sull’ottimismo della volontà.