In ambito O&G, gli investitori istituzionali si sono tradizionalmente limitati ad investire nel capitale azionario delle imprese e a sottoscrivere obbligazioni emesse da compagnie leader di mercato.  Nel finanziamento delle attività, le banche hanno sempre svolto un ruolo dominante attraverso prestiti garantiti e non garantiti.  

Durante gli anni del boom delle commodities – collocabile tra l’inizio del nuovo Millennio e il 2007 – questo stato delle cose ha subìto un’evoluzione e primari investitori istituzionali hanno iniziato a partecipare più attivamente alle quotazioni (offerte pubbliche iniziali/IPO) e agli aumenti di capitale di compagnie di piccole e medie dimensioni impegnate in attività di esplorazione e produzione (E&P). I comparti di mercato dedicati alle piccole e medie imprese e gestiti dalle borse di Londra e Toronto hanno fatto da apripista nel finanziare società di esplorazione con l’ambizione di scoprire nuove risorse in bacini petroliferi emergenti e di frontiera fuori dagli Stati Uniti. A titolo di esempio, BlackRock, Schroders, Henderson e Fidelity sono diventati investitori importanti in società O&G di piccole e medie dimensioni quotate nel mercato borsistico londinese.

Dopo la crisi finanziaria del 2008, le banche sono state costrette ad introdurre standard più restrittivi per la concessione dei prestiti e ad incrementare i loro ritorni sul capitale. Di conseguenza, hanno fortemente ridotto la loro esposizione verso i debitori di piccole-medie dimensioni operanti nel settore delle risorse naturali. Le compagnie hanno così iniziato ad accedere a forme alternative di finanziamento:

  • IPO ed altri collocamenti azionari per le attività di esplorazione e di valutazione (analisi di fattibilità o appraisal);
  • Prestiti garantiti da riserve petrolifere, obbligazioni per il mercato istituzionale, obbligazioni per il mercato retail, project financing, private placement, finanziamento mezzanino per progetti di produzione e sviluppo.

Tab. 1 Forme alternative di finanziamento

Tra il 2012 e il 2014, all’interno del settore inizia ad evidenziarsi una significativa disparità in termini di disponibilità di capitale. Mentre le imprese di piccole e medie dimensioni internazionali (non-USA) faticavano a reperire capitali, il quasi azzeramento dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve – la banca centrale degli Stati Uniti – contribuiva a finanziare il boom del settore in Nord America. Gli operatori statunitensi impegnati nell’E&P hanno massicciamente fatto ricorso all’indebitamento per compensare la mancanza di cash durante la loro fase espansiva e l’emissione di obbligazioni ha avuto un ruolo chiave nel supportare il boom della produzione americana di shale oil.

Oltre alle fonti di capitale tradizionali ed alternative, i fondi di private equity (fondi di investimento chiusi, gestiti da società di gestione del risparmio e specializzati nell’investimento nel capitale di rischio delle imprese) hanno gradualmente assunto un ruolo significativo nei finanziamenti al settore O&G, rispondendo alle esigenze del mercato nei periodi in cui era difficoltoso collocare azioni in borsa o accedere a prestiti bancari. Ciò è particolarmente vero per quelle compagnie dedite unicamente alle attività di esplorazione che di norma non hanno capacità di debito e per le quali l’emissione di azioni rappresenta spesso l’unica opzione di finanziamento esperibile. Gli investitori istituzionali hanno spesso preferito investire nell’O&G attraverso il private equity piuttosto che tramite investimenti diretti in modo da beneficiare della diversificazione insita nella natura del fondo (che investe non in una ma in decine di società) ed attenuare i rischi connessi alla volatilità di mercato investendo in veicoli non quotati e con durata pluriennale.

Il ruolo del private equity nell’attuale contesto di mercato  

La recente crisi del settore O&G ha rappresentato una sfida per i fondi di private equity con esposizioni esistenti e che cercano di difendere gli investimenti effettuati in passato ed espandere le società acquisite. Tuttavia, coloro che desiderano impegnare nuovo capitale potrebbero beneficiare dell’attuale contesto di mercato caratterizzato da prezzi d’acquisto attraenti e bassa volatilità. Dall’inversione ribassista di metà 2014, i fondi di private equity dedicati al settore O&G hanno aumentato le proprie masse gestite di circa 100 mld. di doll. al fine di acquisire asset a buon mercato. In questo stesso periodo, le banche hanno tagliato la propria esposizione al settore e hanno incominciato a vendere il loro portafoglio crediti. Alcune imprese indipendenti statunitensi dedite all’E&P sono state costrette a dichiarare bancarotta mentre altre hanno rapidamente ceduto asset per tentare di rimanere a galla.

Alcuni fondi di private equity hanno acquisito sul mercato secondario prestiti e obbligazioni di società petrolifere al fine di convertirle in proprietà in caso di fallimento o di ristrutturazione extragiudizionale mentre altri hanno acquisito asset da operatori che necessitavano di far cassa.

In un settore in cui il taglio dei costi ed il servizio del debito sono le priorità, il bisogno di fonti di finanziamento per supportare l’operatività e la crescita è più grande che mai e i fondi di private equity sono ben posizionati per colmare il gap.

Il private equity investe anche fuori dagli USA

L’epicentro degli investimenti in ambito O&G è negli Stati Uniti (che rappresentano circa l’80% del valore delle transazioni di private equity nel settore). Tuttavia, diversi fondi di tal tipo si stanno muovendo anche fuori dagli USA, in particolare acquisendo giacimenti già in produzione dalle majors che vogliono conservare cash e disinvestire asset non-core, maturi o immateriali.

Nel 2017, è aumentato l’appetito del private equity per acquisizioni di grandi dimensioni nell’area EMEA (Europa, Medio Oriente e Africa) e soprattutto nel Mare del Nord. Questo in quanto i prezzi del greggio potrebbero aver toccato il punto di minimo e la loro ridotta volatilità ha facilitato l’esecuzione di accordi commerciali con meccanismi di condivisione dei rischi (sui prezzi del petrolio, sulla produzione e sulle passività legate al decommisisoning):

  • Siccar Point Energy (costituita e finanziata da Blackstone e Blue Water Energy) ha acquisito le attività nel Mare del Nord di OMV (novembre 2016);
  • Chrysaor (finanziata da EIG Partners, GNRI e NGP) ha acquisito le attività nel Mare del Nord della Shell per 3,8 mld. di doll. (gennaio 2017);
  • Assala Energy (costituita e finanziata da Carlyle) ha acquisito gli asset onshore di Shell in Gabon (Marzo 2017);
  • Neptune Oil & Gas (costituita e finanziata da Carlyle e CVC) ha annunciato l’acquisizione della divisione E&P di Engie (Maggio 2017).

Il successo del private equity non è dettato dalle competenze industriali ma piuttosto dal saper riconoscere e cogliere le buone opportunità che si presentano proprio nel momento in cui le major stanno perdendo terreno e le fonti tradizionali di finanziamento sono sempre più scarse. In sostanza, la mancanza di capacità tecniche e operative viene compensata dalla disponibilità di capitali e dalla velocità di esecuzione. 

Al giorno d’oggi, gli investimenti del private equity si basano su assunzioni di prezzi del greggio conservative, con aspettative di lungo termine allineate ai prezzi correnti. Qualsiasi futuro aumento delle quotazioni si tradurrà quindi in un significativo miglioramento degli economics e della redditività dei progetti.

La decisione dell’OPEC del 25 maggio di estendere per altri 9 mesi i tagli alla produzione, con l’obiettivo di eliminare l’eccesso di offerta globale e di sostenere la ripresa dei prezzi, dovrebbe quindi essere accolta come un’ottima notizia da tutti gli operatori di private equity coinvolti nel settore O&G.