Da quando i tagli produttivi decisi dall’Opec e da alcuni paesi non-OPEC sono stati implementati, vale a dire dal 1° gennaio 2017, i prezzi del greggio non hanno mai superato la soglia dei 60 doll./bbl, nonostante l’iniziale positiva reazione del mercato petrolifero mondiale.

In prima istanza, le ragioni potrebbero ricondursi a due fattori: il primo riguarda la produzione americana di shale oil, mentre il secondo è la probabile sottostima dell’eccesso di offerta esistente su scala globale. Ma le circostanze inducono a riflettere su un possibile terzo fattore, vale a dire gli sforzi congiunti dell’Agenzia Internazionale per l'Energia (AIE), del BP Statistical Review of World Energy, del Dipartimento per l’Energia statunitense (Energy Information Administration - EIA) e del Financial Times (FT) al fine di scongiurare una risalita dei prezzi al di sopra dell’asticella dei 60 doll./bbl. Alla base di un simile sospetto vi è un presupposto logico: un prezzo inferiore a tale soglia è abbastanza elevato da consentire un’adeguata redditività ai produttori americani di shale oil ma al contempo non è così elevato da inficiare la crescita economica mondiale. Analizziamo tutti e tre i fattori per capire dove sta la verità.

L’ipotesi che sia lo shale oil a frenare la risalita delle quotazioni petrolifere si basa sull’assunto che, se i prezzi continuassero a crescere, i produttori americani aumenterebbero la produzione, imponendo di fatto un tetto massimo (cap) ai prezzi. Tuttavia, l’offerta statunitense di shale oil ha raggiunto il suo picco di 4,9 milioni di barili al giorno (mil. bbl/g) nel marzo 2015 ed ora risulta inferiore di oltre 1 mil. bbl/g rispetto a quel livello, specie in ragione dell’elevatissimo tasso di declino dei giacimenti di shale/tight oil che si aggira sul 70-90% nel primo anno di produzione.

Il secondo fattore è l’eccesso di offerta: stimata tra gli 1,5 e i 2 mil. bbl/g, non si esclude che vi sia stato un errore iniziale di valutazione e che potesse in realtà attestarsi tra i 2 e i 2,5 mil. bbl/. Ad oggi, si ritiene possibile un ritorno all’equilibrio di mercato nella seconda metà del 2017, dinamica che potrebbe essere accelerata dalla recente decisione di estendere l’Accordo OPEC e non-OPEC fino a marzo 2018. Di certo, in aggiunta al prolungamento temporale dei tagli, avrebbe potuto essere ancora più efficace un’ulteriore riduzione concordata della produzione nell’ordine di 400.000 bbl/g e quindi tale da compensare l’aumento della produzione libica che si sta osservando da aprile 2017. La Libia, infatti, non è parte dell’Accordo per via della sua critica condizione politica che ha negativamente condizionato l’offerta petrolifera del paese negli ultimi anni.

Ma veniamo al terzo fattore: quello che vedrebbe una sorta di strategia congiunta di AIE, BP, EIA e FT allo scopo di scongiurare un rialzo dei prezzi oltre i 60 doll/bbl. Partiamo da un minimo comune denominatore: tutti e quattro gli attori sopracitati rappresentano gli interessi dei consumatori occidentali. Non stupisce, quindi, che ogni volta che i prezzi sembrano prossimi al superamento del muro dei 60 dollari, uno alla volta o tutti e quattro contemporaneamente forniscano quelle che all’apparenza sembrano innocue proiezioni sull’aumento delle riserve o sul perdurare dell’eccesso di offerta o ancora sull’aumento delle scorte petrolifere statunitensi, tutti fattori che smorzano la ripresa dei prezzi. A chiudere il cerchio di questa strategia è quasi sempre il Financial Times che, in veste di portavoce ufficiale, riporta e commenta doviziosamente questo genere di previsioni o dichiarazioni.

Gli esempi abbondano. Intorno a metà aprile, quando i prezzi del Brent- benchmark di riferimento internazionale per i prezzi del petrolio - toccarono i 57 doll./bbl e sembravano muoversi verso la soglia dei 60, l’AIE diffuse due dichiarazioni: la prima affermava che l’eccesso di offerta si sarebbe prolungato per tutto il 2017, la seconda indicava per quello stesso anno un previsto calo della domanda globale di petrolio di 100.000 bbl/g rispetto al 2016. I tempi e i contenuti di queste dichiarazioni potrebbero non essere una semplice coincidenza.  

Subito dopo, BP è intervenuta con una tempestiva dichiarazione sull’aumento della produzione americana di shale oil in grado di vanificare l’impatto dei tagli OPEC o sull’incremento delle riserve provate mondiali.

E se questo non fosse abbastanza, l’EIA statunitense ha rincarato la dose paventando un aumento di qualche milione di barili delle scorte USA. Tuttavia, un aumento degli stock si può verificare solo in due casi: 1) se gli Stati Uniti producono ben al di sopra del loro fabbisogno, condizione non verosimile dal momento che importano tra i 7 e gli 8 mil. bbl/g di petrolio; 2) se le importazioni sono state così alte da incrementare le scorte domestiche; ma in questa situazione, la maggior richiesta di importazioni avrebbe dovuto spingere in alto i prezzi, quel che invece non è accaduto.

Ma cerchiamo di guardare oltre la situazione energetica attuale. Molti esperti prevedono un trend di crescita di lungo termine per la domanda di petrolio e gas. Secondo l’AIE, da qui al 2040, il mondo avrà bisogno di 44.000 mld. di doll.di investimenti nella produzione di energia per soddisfare l’incremento dei fabbisogno energetico mondiale. Al contempo, prevede un declino della produzione petrolifera mondiale nell’ordine del 5% l’anno: ciò significa una riduzione dell’offerta di 4,8 mil. bbl/g che è equivale a perdere ogni anno la produzione attuale dell’Iraq.

Sia ExxonMobil nel suo ultimo “Outlook for Energy: A View to 2040” che l’AIE nel “World Energy Outlook 2016” prevedono un significativo incremento della domanda energetica globale da qui al 2040, nell’ordine rispettivamente del 25% e del 30%. Inoltre, secondo le proiezioni di ExxonMobil, il mix energetico mondiale al 2040 non sarà così diverso da quello del 2015, anno in cui il petrolio copriva il 33% del consumo primario mondiale di energia.

Ciononostante, una ristretta cerchia di esperti indica l’avvio dell’era post-petrolio entro i prossimi 50 anni, sostenendo che il crescente utilizzo dei veicoli elettrici potrebbe decretare la fine dell’oro nero. Il punto di non ritorno, a loro dire, è il raggiungimento della soglia di 50 mil. di veicoli elettrici circolanti nel mondo, livello conseguibile entro il 2024. Ma se è improbabile che 50 mil. che riescano a sostituirla. Ad oggi, i veicoli elettrici e ibridi circolanti a livello mondiale ammontano a due mil. di vetture, ossia un misero 0,2% rispetto alle auto tradizionali (quelle con motore a combustione interna) che ammontano a 1,2 mld. e che dovrebbero raggiungere i 2 mld. entro il 2035.

Nel 2016, sono stati consumati nel mondo 35 mld. di barili di petrolio, di cui il 90% (32 mld.) sono stati destinati al mercato automobilistico tradizionale. Far circolare 50 mil. di auto elettriche ridurrà la richiesta di petrolio di appena 1,3 mld. di barili, pari a circa il 4% del totale. Una quota che non sancirà né la fine del petrolio né un punto di non ritorno. Di punto di non ritorno si potrà parlare se almeno 600 mil. di veicoli elettrici (50% del numero totale dei veicoli tradizionali) circoleranno da qui ai prossimi 50 anni, obiettivo impossibile in un simile arco temporale. Questo significa che l’era del post-petrolio non inizierà di certo nel XXI secolo.

L’aumento dei prezzi del greggio oltre il muro dei 60 doll/bbl – e probabilmente anche verso i 70 - è invece solo questione di tempo, come suggeriscono i segnali rialzisti che il mercato globale del petrolio sta lanciando.