Nell’ultimo secolo due presidenti americani hanno radicalmente cambiato le regole del gioco. Con Roosevelt (1933-1945), il governo federale aumentò in notevole misura il proprio ruolo e fu parte attiva nella realizzazione del compromesso keynesiano tra industria e sindacati. I successori di Roosevelt si limitarono a ritocchi o ad aggiornamenti del nuovo assetto istituzionale, senza alterarne le strutture portanti, fino alla presidenza Reagan (1981-1989), che diede al sistema americano un’impronta neoliberista, di cui è stata parte integrante la rimozione di molti dei vincoli posti da Roosevelt al funzionamento dei mercati finanziari. Rimozione completata durante l’amministrazione Clinton.  

Con la vittoria di Trump, sorge quindi spontaneo un interrogativo: espressione di una maggioranza anti-establishment, il nuovo presidente saprà o vorrà tradurre in atti di rottura con le regole del gioco esistenti le sue peraltro confuse e contradditorie indicazioni programmatiche?

Le prime dichiarazioni del neoeletto, nel solco della tradizione politica americana, farebbero propendere per un ridimensionamento dei furori preelettorali, ma la rabbiosa protesta di chi l’ha portato alla Casa Bianca e la spaccatura nella società americana, senza precedenti dai tempi della guerra civile, non saranno certo placate dal balletto di un Trump che riconosce i meriti della Clinton e di un Obama che riceve sorridente il suo successore.

Per contro, va ricordato che, anche quando avevano la maggioranza in entrambi i rami del Congresso, i presidenti USA sono sempre stati costretti a defatiganti negoziazioni con i parlamentari, poco disponibili a votare provvedimenti non favorevoli per gli stakeholder del proprio stato. È un lavoro che richiede grande capacità di mediazione, scarsa in Trump, oltre tutto digiuno di esperienza politica.

Non sarà dunque facile abolire le agevolazioni fiscali alle rinnovabili, sistematicamente confermate anche da Congressi a maggioranza repubblicana, malgrado Trump abbia liquidato l’energia solare come “very expensive” e sull’eolica se la sia sbrigata con “uccide le aquile ed è rumorosa”, salvando solo il bioetanolo, in linea con la politica di G.W. Bush a favore dei produttori americani di mais. Questo perché in diversi stati il loro sviluppo è diventato un business con rilievo sufficiente a garantire un appoggio bipartisan.

Per Trump, che ha definito “stupido” il Clean Power Plan di Obama, sarà invece più agevole rilassare i limiti alle emissioni delle auto e rimuovere i vincoli ambientali alle perforazioni di gas e petrolio, oggi in vigore. Non c'è dubbio che l’EPA (Environmental Protection Agency) non sarà più l’arma utilizzata da Obama per far passare provvedimenti a favore dell’ambiente, bypassando il Congresso, ma, come minimo, riassumerà il ruolo di secondo piano che ha avuto durante la presidenza di Bush Jr. In particolare, il provvedimento per limitare le emissioni di CO2 delle centrali a carbone, che ha provocato ricorsi giudiziari da parte di alcuni stati, accolti in prima istanza dai tribunali federali competenti, ha elevata probabilità di cadere sotto la mannaia della Corte Suprema, a seguito della nomina, da parte di Trump, del membro mancante, spezzando l'equilibrio attualmente esistente al suo interno.

Non sarà invece coronato da successo l’obiettivo primario (l’indipendenza energetica) dell’“America-First Energy Plan” di Trump, da realizzare grazie all’aumento della produzione di carbone, petrolio e gas, reso possibile dalla cancellazione immediata di tutte le restrizioni all’uso del fracking nell’estrazione di shale gas, alle perforazioni off-shore, alla produzione di idrocarburi nelle aree di proprietà federale. È fin troppo facile mettere in evidenza la contraddizione tra gli obiettivi di aumentare la produzione di shale gas e di restituire nel contempo all’industria del carbone il suo “ruolo glorioso”, in quanto è stata proprio la caduta del prezzo del gas, dovuta al boom dello shale, a mettere in crisi il settore carbonifero, e non una presunta “job-destroying” politica di Obama. O ricordare che anche il crollo degli investimenti nel settore petrolifero è una scelta di natura economica, determinata dalla guerra internazionale sui prezzi. 

Come i suoi predecessori, Trump cercherà di compensare i possibili smacchi in politica interna con iniziative internazionali, dove la sua autonomia decisionale è assai maggiore. Il primo colpo lo sparerà quasi certamente contro l’Accordo di Parigi, dal momento che il nuovo presidente non solo si limita a contestare l'origine antropica del riscaldamento globale, ma addirittura sostiene che la terra si sta raffreddando; inoltre, considera il cambiamento climatico una “bufala” messa in giro dalla Cina, per minare gli interessi industriali e i posti di lavoro americani. Formalmente, avendo approvato l'Accordo di Parigi, gli Stati Uniti non possono uscirne per quattro anni, ma nulla vieta a Trump di dichiarare che non realizzerà gli impegni assunti, trattandosi di obiettivi che possono essere disattesi senza subire sanzioni. L’abbandono di fatto dell’accordo sottoscritto dal partner che, con la Cina, ne era stato il principale sponsor, non potrà non avere ricadute negative sul futuro della politica di contrasto al cambiamento climatico varata a Parigi: basti pensare alle posizioni che i delegati americani assumeranno alle prossime COP e al fatto che, come hanno ipotizzato alcuni analisti, nel negoziare un’intesa con Washington Putin potrebbe mettere sul piatto la mancata ratifica russa dell’accordo.

Ancora più grave potrebbe essere l’impatto della vittoria di Trump sulle elezioni europee del 2017, in particolare su quelle francesi: non si può infatti escludere che l’onda lunga della rivolta anti-establishment e isolazionista porti alla vittoria della Le Pen. In tal caso, l’assetto comunitario ne sarebbe sconvolto. Se si arrivasse alla Frexit, una Merkel, presumibilmente indebolita dai risultati delle elezioni tedesche e privata della coperta formale di una partnership a due con la Francia, avrebbe enorme difficoltà a tenere insieme i cocci.