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Se il deficit francese incontra l’overcapacity italiana

Tra ottobre e dicembre, i mesi in cui il deficit di produzione nucleare francese è stato finora più acuto, le centrali termoelettriche italiane hanno lavorato molto più che negli anni passati, grazie alle minori importazioni da compensare e alle maggiori esportazioni. E nei prossimi anni il parco nucleare della Francia non andrà certo ringiovanendo. Per questo molti si sono domandati se il caso francese non costringa a riconsiderare la condizione di sovraccapacità del sistema elettrico italiano e le misure approntate per fronteggiarla.

La strategicità del nucleare per la Francia

Negli anni ‘60, la Francia ha scelto il nucleare come fonte principale per la produzione di elettricità. Due le ragioni chiave alla base di questa decisione: l’indipendenza energetica e l’assenza di consistenti emissioni in atmosfera. L’implementazione di questa scelta ha fatto sì che, a partire dagli anni ‘90, la nazione si posizionasse ai primi posti in Europa, se non nel mondo, in termini di contenimento delle emissioni di CO2: considerando tutte le fonti di produzione, queste risultavano inferiori a 6 tonnellate l’anno per abitante. Un risultato che ha portato la Francia ad essere citata come esempio da seguire durante la stesura del Protocollo di Kyoto nel 1997, in occasione della III Conferenza delle Parti (COP3). 

Reattori spenti in Francia: quanto ci costano?

Pochi temi di politica energetica sono controversi quanto l’energia nucleare. La discussione, placatasi dopo l’esito referendario del 2011, è stata riaccesa dalla sospensione cautelativa di 18 centrali nucleari in Francia, disposta a fine settembre dall’Autorité de Sureté Nucléaire (ASN) per sospetti di un eccessivo contenuto di carbonio nell’acciaio degli involucri. Trasformando la Francia in un paese importatore, l’improvvisa penuria energetica ha generato pressione sui prezzi dell’elettricità nei paesi confinanti, tra cui il nostro, aggiungendosi al consueto incremento stagionale della domanda. Le prime proiezioni degli effetti per il sistema elettrico italiano ipotizzavano che le esportazioni verso la Francia sarebbero state sostenute da impianti a ciclo combinato altrimenti fuori mercato e prevedevano un aggravio del costo in bolletta per gli utenti italiani tra 1 e 1,5 miliardi di euro (mld. euro) nei mesi successivi all’annuncio delle sospensioni, come riportato da numerose testate. 

L’energia nucleare in Europa: tra estensioni e (pochi) nuovi ordini

Attualmente, i paesi europei che ospitano centrali nucleari sono 15. Al primo posto si colloca la Francia con 58 reattori, rappresentando circa la metà della capacità nucleare installata in Europa; seguono, ad una certa distanza, il Regno Unito con 15 unità e la Svezia con 10. La produzione dei singoli paesi varia inevitabilmente di anno in anno, specie in funzione dell’età del parco nucleare: man mano che passa il tempo, i reattori richiedono importanti interventi di manutenzione e di upgrade. Non stupisce quindi che nel 2015 si sia registrato un calo produttivo rispetto al 2014, nonostante il numero di reattori attivi sia rimasto pressoché lo stesso. 

La Svizzera dice no alla chiusura pianificata delle centrali nucleari

“Per un abbandono pianificato dell’energia nucleare” si chiamava l’iniziativa popolare sottoposta a referendum in Svizzera il 27 novembre 2016. Secondo il piano proposto, i cinque reattori nucleari presenti nel paese avrebbero dovuto chiudere: nel 2017 quello di Mühleberg e i due di Beznau; nel 2024 quello di Gösgen; nel 2029 quello di Leibstadt. Ma, con un’affluenza al voto del 45% - che per la Svizzera è abbastanza normale - 1.301.520 cittadini hanno detto no, pari al 54,2%, contro 1.098.464 sì, pari al 45,8%. 

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