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Quale futuro per la 'bestia nera' dell'energia?

Il carbone è letteralmente la “bestia nera” dell’attuale fase storica dell’energia, dopo essere stato la prima fonte d’energia commerciale ed elemento fondante della civiltà industriale e del moderno vivere consentendo, ad esempio, di mettere i vetri a tutte le case; di innalzare il reddito reale pro-capite; di rivoluzionare, come stupendamente narrato da Carlo Maria Cipolla, “il sistema dei beni impiegati dall’uomo, che per quasi l’ottanta per cento proveniva dal regno animale e vegetale e solo circa il venti per cento dal regno minerale”. La sua importanza storica non ne cancella, tuttavia, i problemi d’oggi legati all’inquinamento dell’atmosfera, né – all’opposto - il fatto che contribuisca al bilancio energetico mondiale per una percentuale prossima al 30% e che le previsioni di consenso, come quella dell’Agenzia di Parigi nel suo scenario di riferimento denominato ‘New Policies”, la vedano all’orizzonte del 2040 solo in parziale riduzione: al 23%.

L'industria del carbone negli USA: crisi e prospettive

Per oltre due secoli l’industria del carbone ha avuto un ruolo fondamentale nel tessuto produttivo statunitense. I giacimenti situati lungo la catena degli Appalachi hanno fornito, sin dagli albori dell’industrializzazione del paese, notevoli quantità di litantrace bituminoso e antracite di ottima qualità, alimentando il tessuto produttivo americano durante la prima età dell’oro del carbone (1880-1920). A partire dagli anni ‘70 del secolo scorso, il primo shock petrolifero, i conseguenti contraccolpi psicologici della notevole dipendenza energetica dall’estero nonché l’avvio di una nuova fase dei mercati delle commodities, che vede la progressiva affermazione delle compagnie nazionalizzate, l’aumento del potere dei cartelli produttivi e il ridimensionamento di quello delle IOCs e dei paesi consumatori, hanno innescato una rifioritura del settore carbonifero, che però ha riguardato soprattutto i depositi situati a occidente, nel bacino strutturale del Powder River, tra il Wyoming e il Montana. 

Carbone: chi prende le distanze

“C’è una cosa chiamata carbone pulito. Il carbone durerà per mille anni in questo Paese”, ha detto Donald Trump durante il secondo dibattito elettorale con Hillary Clinton che proponeva, invece, di investire milioni di dollari in infrastrutture per favorire la transizione delle aree carbonifere verso un’economia pulita. In realtà, la crisi del carbone negli Stati Uniti - più che dalle energie alternative - era stata provocata dal boom del fracking: nel 2015 si è verificato lo storico sorpasso del gas che diventa quindi la prima fonte di generazione elettrica negli Usa soppiantando il primato del carbone, il cui peso sul mix di generazione passa dal 53% del 1997 al 33% del 2015 e al 25% del 2016, con la perdita tra 2008 e 2012 di 50.000 posti di lavoro. Il +8,99% che l’indice S&P500 Coal & Consumable Fuels ha registrato quando si è saputo che era stato Trump a vincere dimostra la diffusa convinzione che il nuovo Presidente eliminerà le regolamentazioni introdotte da Obama e reintrodurrà sussidi al settore. Ma nel contempo il fracking sarà ancora più favorito, il che porta molti analisti a ritenere che nella pratica il peso del carbone negli USA continuerà a diminuire.

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