ARCHIVIO | 9 ARTICOLI

L’Opec Plus compie un anno e si rafforza. Mentre il Brent si indebolisce sempre più

Giovedì 30 Novembre 2017, a Vienna, si è svolta la 173esima Conferenza Ordinaria dell’Opec, contestualmente al terzo vertice interministeriale dell’organismo che raduna ben 24 paesi produttori di petrolio, noto alle cronache come “Opec Plus”. Si tratta di una vera e propria nuova Opec, caratterizzata dalla leadership condivisa di Arabia Saudita e Russia. Due paesi distanti per storia, origini culturali e religiose, ma accomunati dallo stesso antagonista: gli Stati Uniti. O meglio, l’egemonia finanziaria di New York e Londra, luoghi dove di fatto oggi si stabilisce il prezzo del Petrolio, del WTI e del Brent.

I mercati finanziari del petrolio alla vigilia del meeting Opec

Il rally autunnale dei prezzi del petrolio trova una spiegazione convincente nella dinamica discendente cha ha caratterizzato le scorte petrolifere OCSE tra agosto e ottobre. La stessa curva future che, dopo essere rimasta orientata negativamente per larga parte dell’ultimo biennio, a partire da settembre si è portata in backwardation (condizione che premia le consegne più vicine nel tempo, rispetto a quelle lontane) (vedi fig.1) è sintomo di un mercato fisico scarsamente rifornito. Anche da questo punto di vista, i rincari del Brent (passato dai circa 50 dollari di agosto agli oltre 60 attuali) appaiono ampiamente giustificati da uno scenario di domanda e offerta più equilibrato rispetto al recente passato.

Rivoluzione shale: quali implicazioni per economia, geopolitica e ambiente?

L’avvento della cosiddetta shale revolution nel 2010, la rivoluzione del petrolio e gas di scisto targata USA, ha determinato una serie di ripercussioni sul mercato Oil&Gas. In particolare, la produzione americana di shale oil ha impattato in maniera significativa sui prezzi del greggio, sulla geopolitica globale, sul futuro delle forniture petrolifere, sulle variabili macroeconomiche e, non da ultimo, sullo sviluppo delle fonti rinnovabili. Una rivoluzione che sta cambiando il panorama dell’industria del petrolio e del gas su scala mondiale.

La resilienza del petrolio in un mondo in transizione

Il World Energy Outlook (WEO) dell’Agenzia Internazionale dell’Energia di Parigi (AIE), appena pubblicato, segna, prima di tutto, un record di durata: dal 1977 questo documento testimonia lo spessore dei cambiamenti intervenuti nell'arco di quarant’anni. La prima edizione fu presentata nel periodo a cavallo tra la prima e la seconda crisi energetica ed era in gran parte dedicata ad illustrare gli sforzi intrapresi dai paesi membri dell'AIE per ridurre la dipendenza dal petrolio, in particolare di quella dai paesi OPEC, arrivata a dimensioni tali da minacciare la sicurezza e la continuità degli approvvigionamenti.

Il ruolo del Private Equity nel finanziamento delle attività O&G

In ambito O&G, gli investitori istituzionali si sono tradizionalmente limitati ad investire nel capitale azionario delle imprese e a sottoscrivere obbligazioni emesse da compagnie leader di mercato.  Nel finanziamento delle attività, le banche hanno sempre svolto un ruolo dominante attraverso prestiti garantiti e non garantiti.  

Durante gli anni del boom delle commodities – collocabile tra l’inizio del nuovo Millennio e il 2007 – questo stato delle cose ha subìto un’evoluzione e primari investitori istituzionali hanno iniziato a partecipare più attivamente alle quotazioni (offerte pubbliche iniziali/IPO) e agli aumenti di capitale di compagnie di piccole e medie dimensioni impegnate in attività di esplorazione e produzione (E&P).

Perché il petrolio non sfonda il muro dei 60 dollari al barile?

Da quando i tagli produttivi decisi dall’Opec e da alcuni paesi non-OPEC sono stati implementati, vale a dire dal 1° gennaio 2017, i prezzi del greggio non hanno mai superato la soglia dei 60 doll./bbl, nonostante l’iniziale positiva reazione del mercato petrolifero mondiale.

In prima istanza, le ragioni potrebbero ricondursi a due fattori: il primo riguarda la produzione americana di shale oil, mentre il secondo è la probabile sottostima dell’eccesso di offerta esistente su scala globale.

L'Opec plus stabilizza il prezzo del greggio

Il 25 maggio 2017, la decisione presa dall’Opec allargata di prolungare fino a marzo del prossimo anno il programma di contenimento della produzione di petrolio avrà molto probabilmente successo nell’ottenere l’effetto desiderato: quello cioè di fissare un prezzo minimo del petrolio intorno ai 50 doll./bbl  per i prossimi mesi. Anche se analisti, esperti di mercato e banchieri avrebbero preferito un annuncio ancora più dirompente e tagli produttivi ancora più sostanziosi – e questa aspettativa ha fatto sì che nell’immediatezza dell’annuncio il prezzo del petrolio abbia reagito con un ribasso - in realtà la vera notizia emersa dalla 172esima conferenza ordinaria dell’Opec è la gestazione in fase avanzata di una nuova organizzazione internazionale di produttori di petrolio, molto più forte ed efficace della prima, che conta al suo interno ben 24 paesi, anziché i 13 della vecchia Opec, e che si basa sull’asse Mosca-Riad. 

Prezzi oil: OPEC e Russia osservati speciali del 2017

Il 2016 sta per concludersi con quotazioni del Brent Dated – benchmark di riferimento internazionale per il greggio – più che doppie rispetto a quelle con cui era iniziato. Nei primi 20 giorni di dicembre, i prezzi si sono sempre mantenuti al di sopra dei 50 doll./bbl, una soglia raramente e solo temporaneamente superata nel corso dell’anno che, come in molti ricorderanno, si era avviato con una caduta a 26 doll./bbl, il livello più basso dal 2004. In mezzo a questi due estremi, fasi di rialzi si sono alternate a momenti di maggior cautela a seconda del prevalere di un mood più o meno ottimista sui tempi di riassorbimento di quell’eccesso di offerta che si era palesato a metà 2014 e che aveva decretato l’addio ai prezzi a tre cifre. 

In futuro? Ancora petrolio

Il futuro della raffinazione europea, l'accordo tra Paesi Opec e non Opec, il futuro della mobilità. Di questi temi abbiamo discusso con il professor Giulio Sapelli.

Cosa deve fare l'Europa per mantenere un asset strategico come quello della raffinazione?

Innanzi tutto bisogna individuare da dove viene il “pericolo”: dai prodotti raffinati americani, non solo da quelli asiatici. Gli Stati Uniti hanno risolto il tema della raffinazione: hanno una legislazione meno dura e margini più alti. E anche per questo fanno dei prodotti qualitativamente migliori. Poi bisogna considerare che la raffinazione che abbiamo non è perduta. Per questo bisognerebbe fare un po' più di lobby sulle istituzioni europee. Questa idea del 20-20-20 è pazzesca, non è sostenibile. I criteri sono troppo alti.

Execution time: 67 ms - Your address is 54.156.76.187